di Elisa Manfredini

Sono sempre di più i bambini o ragazzi che in seguito alla separazione dei genitori rifiutano di avere rapporti con uno di loro, rischiando la perdita definitiva del legame (Arrigoni, 2015).

Queste situazioni possono arrivare all’attenzione del clinico attraverso diversi contesti: dal Tribunale (il giudice della separazione, il giudice minorile, la CTU), dai Servizi (servizio di tutela minori, neuropsichiatria, consultorio, centro di mediazione), ma anche direttamente nel centro clinico privato, dove è generalmente un membro della famiglia che si rivolge allo psicoterapeuta con una domanda di sostegno. La valutazione e l’intervento con questo tipo di famiglia costituiscono un processo complesso a causa dall’alta conflittualità fra i genitori dalla quale emergono letture opposte e speculari, che generano un senso di confusione e disorientamento nel clinico. (Arrigoni, 2016).

Quando i coniugi non riescono ad elaborare la separazione accade che continuino a mantenere un “legame disperante” (Cigoli, 1998) che si esprime attraverso una conflittualità nell’area della genitorialità. (Lubrano Lavadera, 2011). La persistenza di tali conflitti contribuisce allo sviluppo di relazioni disfunzionali che influiscono negativamente sull’adattamento a lungo termine del sistema famiglia con effetti sulla qualità di vita, costituendo anche un rischio evolutivo per il minore (McHale, 2010).

Nei sistemi familiari dove i genitori sono in lotta fra loro possono infatti innescarsi relazioni triangolari definite da Minuchin (1976) triadi rigide, nelle quali il figlio prende parte attiva al conflitto genitoriale svolgendo ruoli disfunzionali che rappresentano un modo per gestire i problemi in atto (Cavedon, Magro, 2010). Fra queste la coalizzazione con un genitore a discapito dell’altro è per il bambino una situazione dolorosa in cui sperimenta forti conflitti di lealtà, che si manifestano attraverso una “difficoltà a relazionarsi con entrambi i genitori, nel timore che dimostrare affetto per l’uno significhi tradire o ferire l’altro, o deluderne comunque le aspettative” (Della Giustina & De Renoche, 2015). Se cronicizzata tale dinamica può diventare una vera e propria patologia relazionale conosciuta come Alienazione Parentale (Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2005).

La Sindrome di Alienazione Parentale o PAS è stata formulata da Gardner (1985) in riferimento ai contesti in cui i figli rifiutano di frequentare il genitore con cui non vivono a seguito di una manipolazione mentale messa in atto dal genitore “indottrinante”. Riguarderebbe dunque quelle condizioni in cui il rifiuto non è apparentemente giustificabile e non attribuibile a situazioni in cui il bambino ha realmente subito abusi, violenze o maltrattamento psicologico.

Intorno alla PAS è nato un acceso dibattito scientifico che si è concentrato non tanto sul riconoscimento dell’esistenza di tali dinamiche relazionali manipolatorie, quanto piuttosto sulla problematicità che deriva dal termine “sindrome” che indica l’esistenza di un complesso di sintomi (Malagoli Togliatti & Lubrano Lavadera, 2013). Nel DSM-V (2014) il fenomeno della Alienazione Parentale non viene riconosciuto come disturbo mentale ma si trova “distribuito” all’interno dei Problemi Relazionali tra le “Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica” (Camerini et al., 2014); viene quindi descritto come un disfunzionamento della relazione madre-padre-bambino, per cui attualmente molti esperti preferiscono utilizzare il solo termine “Alienazione Parentale”. (Boni, 2016).

Ci possono essere molti motivi per cui un figlio rifiuta di vedere un genitore, non necessariamente si tratta di un comportamento di alienazione, ed è importante individuare i criteri che permettono di distinguere tra ciò che è alienazione e ciò che non lo è per non ricorrere in maniera semplicistica a questo fenomeno (Kelly & Johnston, 2001).

Secondo Arrigoni (2016) è essenziale comprendere se le difficoltà nel rapporto fra figli e il genitore rifiutato sono l’esito di una dinamica di manipolazione o se originano da una forma, seppure sottile, di maltrattamento psicologico. Le due situazioni sono infatti facilmente confondibili e la loro distinzione è necessaria al clinico per orientare il tipo di intervento e gli obiettivi terapeutici.

Nello specifico i genitori rifiutati in seguito ad alienazione sono stati nella storia della famiglia emotivamente inibiti e poco coinvolti nella vita dei figli, ed hanno instaurato con essi rapporti caratterizzati da distanza emotiva e difficoltà nell’accogliere e manifestare l’affettività; la relazione genitore-figlio anche per questo è stata regolarmente mediata dall’altro genitore. Nonostante ciò hanno la capacità di riconoscerli e valorizzarli in modo autentico rispetto alle loro individualità e bisogni peculiari. I loro partner si mostrano invece come persone fragili, spesso invischiate rispetto alla famiglia di origine, e con una sofferenza interiore non riconosciuta, a causa della quale si legano ai figli come a dei pari generazionali ai cui si rivolgono, in modo implicito, con richieste di conferma e appoggio. In seguito alla separazione hanno atteggiamenti risarcitori verso il coniuge che impediscono la rottura del legame e perpetuano dinamiche conflittuali.

In questo tipo di costellazione relazionale il rifiuto è legato a modalità manipolatorie nelle quali il “vertice” del triangolo familiare non è il genitore rifiutato bensì il partner alienante. La presa in carico della famiglia necessita dunque di un attivo coinvolgimento del genitore manipolatorio, altrimenti ogni tentativo di cambiamento risulterebbe inefficace. E’ utile in tal senso l’utilizzo di setting terapeutici distinti, sia individuali che familiari, rivolti a modificare le percezioni e le relazioni dei figli e del genitore alienante, e coinvolgere poi solo successivamente il genitore alienato. L’obiettivo è facilitare l’emergere di letture diverse e più integrate dei rapporti familiari, che possano favorire una ridefinizione condivisa della storia familiare e quindi la possibilità per i figli di accedere ad entrambi i genitori.

Quando il rifiuto invece è legato al maltrattamento il “vertice” del triangolo è il genitore rifiutato che ha evidenti, seppur variamente gravi, aspetti di inadeguatezza. Anche i genitori maltrattanti sono stati poco presenti ma, a differenza di quelli alienati, attuano verso i figli modalità rigide, oppressive e svalutanti, sono incapaci di modulazione emotiva e di rivolgersi a loro riconoscendoli come altro da sé. Possono anche agire con impulsività e violenza se si sentono contrastati. I loro partner sono invece spesso caratterizzati da aspetti di dipendenza non risolti, ma all’interno di personalità suffìcientemente differenziate per cui, nonostante possano coinvolgere i figli nei conflitti coniugali, sono capaci di un autentico investimento affettivo nei loro confronti, e di riconoscerne e rispettarne i bisogni individuali. In seguito alla rottura coniugale sono in grado di attivare le proprie risorse emotive e ritrovare una dimensione autonoma che gli consente di  separarsi psicologicamente dall’ex partner.

In questi casi la presa in carico vede primariamente il coinvolgimento del genitore maltrattante che deve essere sostenuto rispetto al riconoscimento e alla elaborazione delle proprie inadeguatezze prima di accedere ad interventi di riparazione del legame coi figli; il lavoro con l’altro genitore resta necessario ma non costituisce la leva del cambiamento.

L’autrice (Arrigoni, 2016) sottolinea inoltre l’importanza dell’ascolto dei figli per formulare ipotesi circa le alleanze familiari e comprendere se il bambino è ostile a un genitore che  lo prevarica, o se invece reagisce con oppositività ad un genitore che si relaziona con lui con disponibilità. Il coinvolgimento dei bambini nel setting terapeutico costituisce dunque un elemento necessario per orientare la diagnosi e le modalità di presa in carico, oltre che essere un fattore protettivo importante.

In conclusione il rifiuto di un genitore è indicatore di un grave disagio relazionale e di rischio evolutivo, che deriva da una dinamica familiare triadica in cui entrambi i genitori sono coinvolti,  con modalità diverse, nello sviluppo di relazioni disfunzionali. E’ dunque necessario che le strategie di intervento, volte a sostenere una riorganizzazione più sana e protettiva verso il diritto dei figli alla bi-genitorialità, possano essere differenziate per promuovere un autentico cambiamento.

L’articolo è stato scritto dalla dott.ssa Elisa Manfredini – Psicologa Psicoterapeuta

Bibliografia

American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-V, Milano: Raffaello Cortina

Arrigoni L. (2015). Separazione e perdita dei legami familiari. Minori e giustizia, 3: 151-155

Arrigoni L. (2016). I figli che rifiutano un genitore: note sulla valutazione e sulla presa in carico. Terapia Familiare, 112: 57-76

Boni S. (2016). Separazioni conflittuali e minori. Profiling-FocusMinori, 7, 2

Camerini G.B., Magro T., Sabatello U., Volpini, L. (2014). La parental alienation: considerazioni cliniche, nosografiche e psicologico-giuridiche alla luce del DSM-V, Giornale di neuropsichiatria dell’età evolutiva, 1, 34: 39-48

Cavedon A., Magro T. (2010). Dalla separazione all’alienazione parentale. Come giungere a una valutazione peritale, Milano: Franco Angeli

Cigoli V., Galimberti C., Mombelli M., (1998). Il legame disperante. Il divorzio come dramma di genitori e figli, Milano: Raffaello Cortina

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Gardner R. (1985). Recents trends in divorce and custody litigation. Academy Forum, 29: 2-3

Kelly J.B., Johnston J.R. (2001). The alienated child: A Reformulation of  Parental Alienation Syndrome, Family Court Review, 39, 3: 249-266

Lubrano Lavadera A., (2011). Ascoltare il minore: comprendere le dinamiche relazionali e familiari (in) Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A., Bambini in tribunale. L’ascolto dei figli contesi, Milano: Raffaello Cortina

Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A (2013). In: Dibattito sulla validità e affidabilità scientifica della Sindrome da Alienazione Parentale, Di Blasio P., Psicologia clinica dello sviluppo, 2

Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A. (2005). La sindrome di alienazione genitoriale (PAS): epigenesi relazionale, Maltrattamento e abuso nell’infanzia, 3: 7-12

McHale J.P. (2010). La sfida della cogenitorialità, Milano: Raffaello Cortina

Minuchin S. (1976). Famiglie e terapia della famiglia, Roma: Astrolabio


Quando i figli rifiutano un genitore: come orientare l'intervento

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Marzo 25, 2023

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